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Arabeschi e miele nel quartiere Latino.

10 aprile 2010

CHI: Giuliano

città: Parigi

CHE: Esiste a Parigi un caffè dove i passerotti la fanno da padroni, tra briciole di Baklava e foglie stropicciate di menta, un crocevia arabescato dove viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo si alternano, su sedie sgangherate, a coppiette di studenti innamorati.

Qui, a due passi dal quartiere latino, si apre una finestra sul Maghreb, in un’atmosfera da mille e una notte che evoca ritmi tintinnanti e odori di spezie.

Varcata la soglia del Cafè de la Mosquée, questo il nome del nostro angolo di paradiso, si ha infatti l’impressione di essere inciampati in una delle numerose sale da tè che si affacciano sui ciottoli bianchi dei vicoli di Hammamet.

Appena entrati verrete probabilmente travolti dall’andirivieni degli avventori entusiasti e sarete fortunati se riuscirete a trovare un angolo per voi tra i tanti tavolini del giardino interno.

Mettete mano al portafoglio perché, una volta seduti, sarete immediatamente assaliti dal primo garzone di passaggio che vi sbatterà sul tavolo due bicchierini di tè alla menta sfilandovi ben due euro a consumazione.

Caffè della Moschea

Una volta superato lo shock economico guardatevi un attimo intorno. Siete in uno dei centri della cultura islamica di Parigi, abilmente nascosto e generosamente foraggiato dall’atmosfera turistica di questa piccola sala da tè.

Il “cafè de la Mosquée”, come dice il nome stesso, si trova all’interno della moschea centrale, ed è forse uno dei più importanti centri di ritrovo della cultura musulmana della città dopo l’Istituto del Mondo Arabo, situato a qualche isolato di distanza.

L’intero comprensorio, di cui non è dato conoscere l’estensione, ospita infatti, oltre alla sala di culto e al caffè, una biblioteca, un negozio di souvenir e un hammam con orari alternati per uomini e donne.

Per scoprire la vera facciata di questo gioiello, bisogna immaginarlo come l’incrocio tra un luogo di culto e un centro di raccolta fondi della comunità islamica di Parigi, dove stranieri a caccia di esotismo versano il loro piccolo tributo in cambio di qualche istante di fuga dalla realtà.

Ma non era mia intenzione rovinarvi la magia con vaghe supposizioni. Anzi, se mai cercaste un rifugio dopo una lunga passeggiata tra la mura della Sorbona e i saliscendi della rue Mouffetard, venite pure a riposare le gambe in questo giardino da fiaba e gustate in silenzio uno dei tanti dolci che troverete al bancone accompagnandovi con un sorso di tè.

Attenzione però a scegliere con cura la vostra giornata. Il clima di questa città si sa, può rovinare la più bella delle favole.


ARABESCHI E MIELE NEL QUARTIERE LATINO – CAFFE’ DELLA MOSQUEA

39 Rue Geoffroy Saint Hilaire, 75005 Paris (Guarda la mappa)
Metro: Jussieu (linea 7 rosa)
Da sapere che… L’ingresso della moschea vera e propria si trova sul lato opposto dell’edificio, all’altezza di place du Puit de l’Ermite. Per i francofoni interessati è possibile visitare “virtualmente” i luoghi di culto all’indirizzo web: http://www.mosquee-de-paris.org/. In ogni caso la moschea resta aperta generalmente al pubblico anche durante dibattiti religiosi ed eventi culturali.

A due passi… Il Jardin des Plantes, che in primavera ospita una varietà impressionante di specie floreali e lo zoo di Parigi, vero esempio di zoofilia decadente. Continuando verso ovest si giunge invece all’istituto del Mondo Arabo, la cui facciata interna ricoperta da motivi di vetro è un monumento riconosciuto dell’architettura moderna.

Arabeschi e miele nel quartiere latino suona come Ballake Sissoko & Vincent Segal – Mama FC .


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Sorella morte. – PALERMO

6 aprile 2010

CHI: Claudia

città: Palermo

CHE: Se c’è una ricorrenza religiosa a cui i palermitani non mancano di venerare questa è la Festa dei Morti. Il 2 novembre di ogni anno fanno visita ai defunti portando loro fiori e a volte cibarie. La Festa dei Morti è una festa dedicata ai bambini e le anime dei trapassati li visitano nella notte tra l’uno e il due novembre lasciando loro dei doni.

I cadaveri vestiti di tutto punto.

Se vi trovate a Palermo in questo periodo o in qualsiasi altro giorno dell’anno, una visita alle Catacombe dei Cappuccini non può mancare. Questo vasto cimitero sotterraneo situato al di fuori delle mura cittadine, nel quartiere Cuba, è  unico al mondo nel suo genere ed attira curiosi fin dai secoli scorsi.

Le lunghe gallerie in tufo furono scavate intorno la fine del 1500 per un’estensione di circa 300 mq. Ciò che le distingue è la sistemazione delle mummie, circa 8000 in tutto, come fossero opere d’arte. Appesi o distesi, i corpi mummificati sono vestiti di tutto punto e sono suddivisi per sesso e per ceto sociale; nei vari settori si riconoscono prelati, nobili, borghesi, ufficiali dell’esercito, donne vergini e bambini. Erano i frati stessi del convento ad imbalsamare le salme, seguendo metodi di cui tutt’ora si sa poco: il più comune sembra fosse quello dell’essiccamento naturale mediante la sistemazione dei cadaveri nei colatoi.

L’ingresso del cimitero è sul lato sinistro della facciata principale della chiesa e ai piedi della scala, in penombra, si scorgono gli scheletri messi in fila. A destra si trova la prima parte del corridoio dei frati, il più antico; da qui imboccando il corridoio degli uomini, all’interno di un piccolo vano, sono sistemati i bambini. Proseguendo, i corpi mummificati s’identificano con dei cartelli che riportano il nome, cognome e data della morte; nel corridoio delle donne i corpi sono invece deposti orizzontalmente. Incrociando il corridoio dei professionisti, così chiamato per la numerosa presenza di medici, avvocati, pittori, ufficiali e soldati, ci si immette nella parte più recente, senza nicchie alle pareti. E’ qui che si può vedere uno dei tanti colatoi disseminati lungo le gallerie.

Nella cappella di Santa Rosalia, tra quelle dei cadaveri di due bambine, si trova la famosa bara della piccola Rosalia Lombardo, morta il 6 dicembre 1920 a soli due anni e trasportata ai Cappuccini per essere sepolta dopo essere stata imbalsamata dal dottor Salafia con un metodo farmacologico. Il corpo appare a prima vista come perfettamente intatto, tanto da dare l’illusione che la piccina stia soltanto dormendo, occhi chiusi e con le ciglia ancora presenti. Per i palermitani quella della piccola Rosalia è la mummia più bella del mondo, che “dorme” qui da quasi cento anni.

Le catacombe dei Cappuccini rappresentano un aspetto a dir poco tetro di Palermo, ma oltre ad essere una chicca assolutamente imperdibile, sono anche spunto di riflessione sulla caducità della vita e sull’inutilità dell’attaccamento degli uomini alle cose più effimere.


SORELLA MORTE – LE CATACOMBE DEI CAPPUCCINI DI PALERMO

Indirizzo: Piazza Cappuccini 1, Palermo.
Tel.: 091-212-117
Ingresso: 3 euro
Lun – Dom: 9.00 – 13.00   15.00 – 18.00

Da sapere che… il 2 novembre del 1779 il poeta Ippolito Pindemonte visitò le Catacombe, ne rimase così colpito da immortalare il cimitero nel suo carme imperituro “I Sepolcri”; e la città grata e riconoscente all’illustre poeta, chiamò la strada che porta alla Chiesa e quindi al cimitero Via Pindemonte. Ma non fu l’unico poeta a rimanere incantato da questo luogo. Nel 1885, il celebre scrittore francese Guj de Maupassant, dopo aver osservato con attenzione i cadaveri durante una sua visita, ritornò spesso sul metodo dell’essiccamento.

A due passi… in via Gaetano La Loggia (all’interno dell’ ex ospedale psichiatrico) è possibile visitare uno dei tre Qanat di Palermo. I Qanat, costruiti dagli arabi con tecniche proprie dei persiani, sono delle strette gallerie sotterranee scavate dai muqanni, “maestri d’acqua”. Questi cunicoli intercettavano la falda acquifera e tramite la gravità e una leggera pendenza trasportavano l’acqua in superficie.

Per le visite guidate  ai Qanat contattare la Cooperativa Solidarietà  allo 091580433.

Sorella morte suona come La Morte – Fabrizio De Andrè.


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L’articolo ci è stato inviato da Claudia Nasta.

It’s not an April fool!

1 aprile 2010

Pasqua e’ ormai dietro l’angolo e, come molti di voi, anche il team di CHIcCHE si prende qualche giorno di vacanza per andare a scoprire nuove CHIcCHE da proporvi gia’ dalla prossima settimana.

Ci lasciamo dietro un periodo molto positivo grazie soprattuto a voi utenti. Solo per il mese di marzo abbiamo infatti totalizzato piu’ di 10.000 visite! Se pensate che siamo nati da poco e che CHIcCHE attualmente non e’ sostenuto da alcuna forma di pubblicita’, di questo risultato dobbiamo soprattutto ringraziare voi, che ci seguite (e che speriamo continuerete a farlo), che ci segnalate ad amici e conoscenti, che contribuite con le vostre chicche o semplicemente che ci leggete quando avete tempo.

E se durante le vacanze di Pasqua vi capitasse di imbattervi in una Chicca, non siate timidi e fatevi avanti… siamo sempre alla ricerca di nuovi collaboratori.

Ci assenteremo per pochi giorni, ma come al solito non vi lasciamo a mani vuote. Provate a leggere di seguito, siam sicuri che qualcuno di voi trovera’ ispirazione per il suo prossimo viaggio.

Gruppi giovani, internazionali, fun-loving, budget contenuto e un motivo per viaggiare. Questi sono i cardini su cui si basa  Stoke Travel. Surf in Spagna, Portogallo, Francia o Marocco, snow in Andorra, Svizzera o Austria, festival come l’Oktoberfest, Las Fallas, La Tomatina o San Fermin, tour e feste nella città in cui nasce questo progetto, Barcellona, possono essere le ragioni per prenotare un viaggio con loro.

Il team della Stoke Travel si presenta con queste parole: “We are not going to put a number on your name tag and herd you into buses at fifteen seconds past the allotted departure time. We are not a school trip, we are not like a school trip. We are a reservoir of knowledge, we are wheels to a party, we are there to make sure you don’t kill yourself, but we aren’t going to stop you from trying.”

A giudicare dalle foto e dal video caricati nel sito il divertimento è assicurato!


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Una doccia calda a Cabo Polonio? Neanche con Mastercard! – URUGUAY

28 marzo 2010

CHI: Francesca

città: Cabo Polonio

CHE:  A circa 4 ore di autobus da Montevideo,  sulla costa Atlantica dell’Uruguay, esiste una zona protetta  chiamata Cabo Polonio.

Il parco è caratterizzato da un’ecosistema dunare e dalla presenza di una numerosa colonia di leoni marini. Per accedervi, è necessario prendere un mezzo della forestale, un gigantesco camion  anfibio che attraverso le dune porta sulla costa a quello che una volta fu un piccolo paesino di pescatori sormontato da un bellissimo faro bianco.

Qui e’ possibile alloggiare in un hotel, un ostello o si possono affittare delle case di legno. Non c’è elettricità se non quella dei generatori, ne’ acqua corrente, se non quella salata direttamente estratta dal mare.

Arrivai a Cabo Polonio i primi di dicembre all’inizio dell’estate uruguaya. Faceva caldo, molto vento e tantissimo sole, ma tutto era deserto.

Cabo Polonio Hostel

Cabo Polonio Hostel

La mia scelta fu, come al solito, per l’ostello. Nascosto tra le dune proprio di fronte al mare e aperto tutto l’anno, è gestito da Alfredo, un uruguayo molto simpatico che mi accolse con il suo cane pulcioso ed un gran sorriso. Lo stabile consiste in una casa di legno con 3 stanze, due per gli ospiti mentre l’ultima è la reception-casa di Alfredo. La veranda è molto suggestiva, un fuoco, un’amaca e di fronte…l’oceano.

Alfredo fu anche la compagnia delle mie colazioni, e da lui appresi che in ostello c’erano altri due ospiti, di cui però riuscii a vedere solo le tracce: le loro tazze sporche e gli asciugamani stesi ad asciugare.

I leoni marini erano la mia compagnia preferita, era rilassante osservarli mentre si rotolavano e dormivano distesi al sole sulle rocce. Credo di aver passato ore ad ammirarli seduta sotto il faro del Capo.

Anche le dune nascondono molti tesori. Bisogna stare molto attenti a dove si mette i piedi , si possono incontrare iguane lunghe fino a due metri, piccole civette e tra i cespugli si nascondono nidi di uccelli oceanici.

La sera non c’era molto da fare e io mi intrattenevo con il mio diario e il mio libro, sorseggiando un tè in veranda, ammirando il sorgere sull’oceano di una luna piena enorme ed ascoltando l’ululare dei leoni marini (ora so perché in spagnolo li chiamano lobos, cioè lupi!). Invitata però da Alfredo, mi ritrovai a bere qualcosa nell’unico posto aperto quella notte: un bar famigliare dove una manciata di “locali” passavano la serata bevendo Grappa Miel, un liquore fortissimo che grazie all’aggiunta del miele diventa bevibile. Una signora di avere 80 anni ma più arzilla di una ventenne disse di essere arrivata a quell’età  proprio perché aveva sempre bevuto grappa-miel. Accogliendo il “consiglio”, mi adeguai subito ai costumi locali cercando di allungarmi la vita.

In quel luogo e in quel momento assaporai una salutare solitudine che ritroverò difficilmente. Camminare tra le rocce, fare il bagno nell’oceano e asciugarmi in una spiaggia deserta, esplorare le dune per ore, osservare gli uccelli e i leoni marini ululare alla luna.

Il giorno della partenza tornai all’ostello giusto il tempo per una doccia. Alfredo mi aspettava in veranda con il cane pulcioso, mi regalò il suo pezzo di sapone naturale e mi aiutò ad accendere la bombola del gas posta proprio sopra la doccia per far scaldare l’acqua. Prima di uscire dal bagno mi disse: “ una doccia calda a Cabo Polonio? Neanche con Mastercard!”.


CABO POLONIO HOSTEL

www.cabopoloniohostel.com
Alfredo Colombatti  TEL O5598 99445 943 – cabopoloniohostel@hotmail.com
Da Montevideo Terminal Tres Cruzes  – impresa Rutas del Sol
orari 10.00-15.00-Sabato 3.00
All’entrata del parco i 4X4 aspettano l’arrivo del autobus (Guarda la mappa).

Da sapere che Cabo Polonio Hostel è stato recensito tra la Top 10 degli ostelli in Sud America dal Guardian e El Pais ed è stato definito:” The 1 star accommodation with 5 stars atmosphere.” Niente di più vero!

A due passi Punta del Diablo, anche questo un antico paesino di pescatori attualmente frequentato da surfisti. Molto più turistico e commerciale di Cabo Polonio ma comunque molto carino.

Una doccia calda a Cabo Polonio suona come Abuela Coca – Se duerme.


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Un pezzo di autentica India.

24 marzo 2010

CHI: Angelo

città: Londra

CHE: Si sa, Londra rappresenta in Europa la città multiculturale per eccellenza. Talmente tanto da poterci trovare un pezzo autentico di India.

Il mandir di Londra è il più grande tempio Hindu al di fuori dell'India.

In pochi lo sanno, londinesi compresi, e sembra effettivamente incredibile che nel sobborgo di Neaden al nord di Londra, tra la trafficata “ring road” e non troppo distante dallo stadio di Wembley, sorge il più grande tempio Hindu al di fuori dell’India. Per la costruzione del BAPS Shri Swaminarayan mandir non è stato utilizzato acciaio, ma solo pietra e marmo. 2.828 tonnellate di pietra calcare dalla Bulgaria e 2.000 tonnellate di marmo di Carrara sono state prima portate in India, lavorate e scolpite da più di 1.500 artigiani indiani (tutti volontari), trasformate in 26.300 pezzi decorati che sono poi stati trasportati a Londra. Qui, altri volontari della comunità indiana, li hanno assemblati quasi come fosse un grosso mobile Ikea. Il risultato è un edificio straordinario, con 6 cupole, 193 pilastri e 55 soffitti decorati in maniera differente.

All’interno, l’atmosfera è intrigante anche per chi, come me del resto, è totalmente estraneo all’induismo. Inoltre, il fatto di essere i soli turisti (io e Francesca) tra un mare di devoti, ha reso l’esperienza ancora più unica.

Il cuore del mandir (tempio) è la sala che ospita le sacre immagini, inclusi Ganesh, Hanuman e Swaminarayan (a cui il tempio è dedicato). Ad un primo sguardo, superficiale, il tutto sembra un po’ surreale. Le divinità sono vestite con abiti dai colori sgarcianti, con al collo collane di pop corn, attorniate da bacinelle di acqua colorata, lunghe siringhe in plastica e da piccole fontane. Ma basta guardarsi intorno, osservare la profondità dei gesti delle persone che ci circondano, per essere rapiti da un luogo spirituale e per certi aspetti magico, e per cancellare quell’accenno di sorriso sul nostro viso.

Potreste magari sentirvi di troppo, sensazione che nel nostro caso fu fatta sparire all’istante dalla gentilissima accoglienza riservataci. Addirittura un vecchietto, vedendoci impacciati, ci ha fatto da guida personale, spiegandoci la storia del tempio e qualche aspetto della loro millenaria e complessa religione.

Per concludere al meglio la visita vi consiglio di non perdervi la mostra permanente  “understanding hinduism”, la quale vi chiarirà molte delle domande che frullano certamente nella vostra testa.

In definitiva, lo Shri Swaminarayan mandir è un capolavoro di design dal sapore esotico, oltre che un luogo di culto in cui intraprendere un piccolo viaggio tra divinità e credenze di un popolo straordinario.


UN PEZZO DI AUTENTICA INDIA – SHRI SWAMINARAYAN MANDIR

www.mandir.org
Meadow Garth, Neasden (Guarda la mappa).
Tube: Jubilee Line, fermata di Neasden. Usciti dalla stazione, girate a sinistra e poi seguite le indicazioni. In alternativa, potete scendere alla fermata Stonebridge Park.
L’entrata al tempio e’ gratuita. Il costo della mostra e’ invece di 2 pound.

Da sapere che… il tempio, tra spostamenti, lavorazione ed assemblaggio dei materiali, è stato costruito in soli 3 anni!

A due passi… non c’è molto. Oltre al già citato stadio di Wembley, vi consigliamo di fare un salto nel piccolo centro commerciale indiano che si trova proprio fuori il tempio. Provate qualche dolcetto, ma attenzione… qui i sapori sono a dir poco “decisi”!

Un pezzo di autentica India suona come Mundian to Back Ke – Panjabi MC.


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Attento alla testa, signor Malaussene!

20 marzo 2010

CHI: Giuliano

città: Parigi

CHE: Alzi la mano chi, tra di voi è un fan sfegatato dei romanzi di Pennac. Dunque là ne vedo una, due, quattro… perfetto, benvenuti nel nostro grande club!

Rimarrete sorpresi dalle installazioni di Ben Vautier.

Sono sicuro che chi, tra voi bibliofili, abbia programmato la sua prima visita a Parigi avrà sicuramente segnato sulla cartina una fermata del Metrò nel cuore dei quartieri popolari della città. Per gli altri che ancora leggono, prendete pure l’esempio dai vostri compagni, a patto che non siate troppo schizzinosi.

Bene, quando scenderete alla stazione di Belleville preparatevi pure al tuffo in uno dei sobborghi popolari che ancora sopravvivono a questa metropoli borghese. Perdetevi pure tra i mercatini dei clochard, prendete un caffè turco in uno dei tanti baretti sudici che vedrete, infine andate di filata a porre i vostri omaggi all’insegna pacchiana dell’ex cinema – ora cabaret di quartiere – “Zebre” sul boulevard de Belleville.

Godetevi tranquillamente il vostro giro malausseniano tra i chioschi di kebab e i negozietti di cineserie, dopodiché scavate con attenzione tra le viuzze interne della zona, dove proliferano strati di graffiti e atelier di giovani artisti provenienti da tutto il mondo.

Se avete fatto bene i compiti, dovreste prima o poi sbucare su un lungo stradone che sale violentemente in direzione della periferia. Siete senza dubbio su Rue de Belleville, confine nord di questo caotico arrondissement difeso strenuamente da una muraglia cinese in continua espansione fatta di take away, sushi bar e spezierie orientali.

Armatevi ora di pazienza e risalite un po’ il viale tenendovi sulla destra. Attenzione perché ad un certo punto la strada dovrebbe aprirsi su uno slargo sommerso di immondizia e motorini parcheggiati alla meno peggio. Una volta arrivati lì alzate gli occhi e osservate il muro dell’imponente palazzina alla vostra destra. C’è uno strano signore vestito da impiegato che, piantato a gambe tese su una passerella da lavavetri, cerca di montare  una lavagna quattro volte più grande di lui.

Prima di fuggire sul marciapiede opposto – col rischio di essere investiti – date bene una seconda occhiata. Scoprirete di essere di fronte a una delle più famose installazioni dell’artista francese Ben Vautier – se controllate bene, troverete la sua firma.

Questo personaggio, attivissimo nella comunità artistica francese fin dall’inizio degli anni Sessanta, ha disseminato le sue creazioni in molte delle gallerie europee d’arte contemporanea. Aderente prima al movimento Fluxus a braccetto di artisti del calibro di Nam June Paik ed Emmet Williams, afferma la sua autonomia in un secondo momento dando vita ad un movimento chiamato “Figuration Libre”, nel quale cerca di rompere le armonie cromatiche classiche e sfruttare nuovi materiali nella rappresentazione pittorica e scultorea.

Ma ciò che rende Ben – questo il suo pseudonimo – famoso al grande pubblico sono le enigmatiche e a volte caustiche frasi in gessetto bianco, come quella davanti alla quale vi trovate in questo momento, seguite dall’immancabile “signature” a lettere tondeggianti.

Il credo fondamentale di Ben si esprime infatti in queste semplici parole: “Se ho sfondato, è perché ho copiato gli altri… io cerco semplicemente di firmare quello che ancora non è stato firmato. L’arte sta nell’intenzione ed è sufficiente aggiungere una firma!”

Niente di più efficace, tanto che, negli ultimi tempi, lo stesso artista ha venduto le proprie frasi e la propria firma ad una marca di accessori creando non poche discussioni tra i puristi della comunità artistica francese.

Occhio quindi a quando entrerete in qualche negozietto di souvenir. Se cercate bene potreste riportare a casa, per qualche euro, un ombrellino o un portamonete d’autore!


LE “INTENZIONI” DI BEN VAUTIER

Rue de Belleville (Guarda la mappa).
Metro: Belleville (linea 2 blu o 11 marrone).

Da sapere che… al numero 49 di Rue de Belleville, pochi metri oltre la nostra installazione, potete trovare uno dei migliori ristoranti thailandesi di Parigi, il Lao Siam. Qui troverete una cucina tradizionale a base di speziato con una ricca scelta di zuppe ed una clientela multietnica e caotica. Attenzione però, la qualità ha il suo prezzo (15 euro per il menu di mezzogiorno e 22 per quello serale).

A due passi… scendendo lungo il boulevard de Belleville si raggiunge il cimitero del Père Lachaise (metro 2, stazione Père Lachaise). Cogliete una rosa e portate i vostri omaggi alla tomba di Oscar Wilde, ma attenti a non perdervi tra i mille percorsi gotici del più grande cimitière di Parigi.

Attento alla testa, signor Malaussene! suona come Jolie Coquine – Caravan Palace.


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Natura incontaminata e selvaggia – Point MacKenzie, Alaska

17 marzo 2010

CHI: Alessandro

città: Wasilla/Point MacKenzie, Alaska

CHE: se siete amanti della Natura con la eNNe maiuscola chiedete indicazioni per raggiungere il Point McKenzie General Store, al Mi.7 della Point McKenzie Road, a circa 30 min. di macchina (o motoslitta) da Wasilla, Alaska. Da queste parti è d’obbligo equipaggiarsi affittando delle snowmobile (motoslitte) con il relativo traino e fare provviste. A meno che non vogliate farvi 160 Km tra laghi e fiumi ghiacciati e foreste a piedi (come ho fatto io), con gli sci o in bici a -20°C se non peggio…ma dovete essere molto allenati! Vi consiglio di vestirvi a modo dalle scarpe al cappello, non lasciate nulla al caso e di portarvi dietro sacchi a pelo adatti alla “leggera brezza” d’Alaska, sacchi da bivacco, materassini isolanti e, se volete, tende.

Giunti a Point MacKenzie di buona mattina (a febbraio fa luce alle 9:00am) scaricate le motoslitte e partite lungo il trail meglio segnalato. Farete una gran bella escursione attraverso scenari mozzafiato, dove le uniche note stonate saranno i rombi delle vostre motoslitte. Avrete la possibilità di passare da fiumi ghiacciati a laghi ghiacciati spettacolari incorniciati da montagne che sbucano direttamente dal ghiaccio.

Tra i ghiacci

Attraverserete foreste e altipiani e non sarete mai soli, sarete sempre sottobraccio a madre natura. Potrete ammirare il planare di un’aquila dalla testa bianca o di “misurare” a vista le dimensioni imponenti dell’alce – trattatelo con rispetto ed “educazione” soprattutto se non è cornuto…ovvero femmina, più suscettibile e permalosa del maschio (sebbene cornuto). Se saprete entrare in armonia con la natura e saprete rispettarli non avrete problemi ed anzi, sarete entusiasti di certi incontri. Se non fosse per il casino che farete con le snowmobile potreste incontrare anche lupi e volpi e vi assicuro che sarebbero degli incontri memorabili e non avreste nulla da temere.

La notte (a febbraio dalle 5:30pm) sarete in compagnia di voi stessi e degli odori e suoni dell’ambiente meraviglioso in cui siete immersi. Con un po’ di fortuna potrete ammirare (a me è capitato) le nuvole accese nella notte da colori come il giallo, il rosso, il verde, l’azzurro, il rosa…se poi siete veramente molto fortunati potrete ammirare lo spettacolo naturale dell’aurora boreale. Nel mese di febbraio potrete incontrare alcuni Musher con i loro Husky che si allenano per la leggendaria Iditarod (che parte il primo sabato di marzo) e se vi capita durante la notte e avrete le vostre lampade accese, illuminerete gli occhi di 12 o 16 Husky che fluorescenti e di vari colori danzeranno avvicinandosi a voi.

L’Alaska è sicuramente uno dei posti più belli al mondo in quanto a spettacoli naturali e sicuramente d’estate è favolosa e si possono incontrare molti più animali, tra cui l’orso che in inverno russa al “caldo” della sua tana, ma se avete spirito di avventura e siete affascinati da quello che madre natura può regalarvi e se siete mossi dalla voglia di provare ad instaurare un rapporto di equilibrio profondo con madre natura, vale veramente la pena immergersi negli scenari selvaggi ed incontaminati dell’Alaska anche durante l’inverno, dove l’ambiente e gli animali sono ancora liberi e sereni.


POINT MACKENZIE, ALASKA (Guarda la mappa)

Da sapere chesebbene l’Alaska sia uno degli Stati più cari degli USA, a causa delle evidenti difficoltà di approvvigionamento, i prezzi sono molto bassi e convenienti per noi europei a prescindere dal cambio. Inoltre potete farvi riaccreditare sulla carta di credito la somma corrispondente al vostro acquisto se rendete la merce entro 60 giorni (sia che l’abbiate usata che non) e non vi faranno né domande, né problemi. I locals, come in quasi (anche se io leverei il quasi) tutti gli USA sono molto gentili, generosi ed ospitali. Non sarà difficile fare amicizia, ricevere aiuto o consigli utili, l’importante è comportarsi sempre bene ed in modo corretto e non all’italiana (insomma, non facciamoci riconoscere)! Mangiate soprattutto pesce ed in particolare il salmone e provarte i piatti tipici a base di carne d’alce.

A due passi: se avete ancora 1 o 2 giorni, ma anche mezza giornata, potete fare un salto a Girdwood, una località a sud di Anchorage (circa 40 miglia in direzione Seward), per farvi una bella sciatina o snowbordata. Portatevi macchinetta fotografica e binocolo o cannocchiale tipo pirata! Il bello di Girdwood non è solo Girdwood in sé, ma anche la strada che si deve percorrere per arrivarci che mostra un panorama favoloso (mi sarò fermato 20 volte a fare le foto ibernandomi dita, naso, guance ed altro…)!

Natura selvaggia e incontaminata suona come Nessun dorma. – Tre tenori.


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Per saperne di più sull’autore e sul suo “pellegrinaggio alla ricerca del limite” in Alaska visita il sito http://www.alessandroroppo.it/